Clamoroso: la Norvegia chiude le frontiere agli animali “senza storia” e mette in crisi il mercato delle pseudo-adozioni. E se accadesse in Italia?

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In Norvegia sta accadendo qualcosa che, se fosse annunciato oggi in Italia, scatenerebbe polemiche, proteste e accuse di “crudeltà istituzionale”. Le autorità norvegesi hanno infatti deciso di chiudere di fatto l’ingresso nel Paese a cani e gatti importati come adozioni, imponendo requisiti talmente stringenti da rendere impossibile l’importazione di animali di provenienza incerta.

La misura è stata introdotta dall’Norwegian Food Safety Authority (Mattilsynet) e prevede una regola chiave: un animale può entrare in Norvegia solo se il proprietario dimostra di averne avuto la responsabilità diretta e continuativa per almeno sei mesi prima dell’ingresso. Non sei giorni. Non sei settimane. Sei mesi documentati.

Dietro il linguaggio formale e sanitario, il messaggio è chiaro: niente più animali movimentati rapidamente, niente più cuccioli “salvati”, niente più ingressi mascherati da adozioni umanitarie.

Non solo randagi: il vero bersaglio sono i cuccioli e le filiere opache

Il provvedimento norvegese viene spesso raccontato come un blocco all’importazione dei “randagi”. Ma questa è una semplificazione fuorviante. Il cuore della norma non è lo status di randagio, bensì l’assenza di una storia verificabile, sanitaria e di responsabilità.

Un cucciolo, per definizione, non può soddisfare il requisito dei sei mesi.
Un cane trasferito subito dopo una presunta adozione, nemmeno.
Un animale senza una relazione stabile con chi lo importa, resta fuori.

Il risultato è che l’intero mercato grigio delle pseudo-adozioni viene neutralizzato, insieme a quello dei cuccioli di dubbia provenienza, spesso presentati come “meticci salvati” ma in realtà parte di circuiti di movimentazione organizzata.

La Norvegia non parla di emozioni. Parla di controllo, prevenzione sanitaria, tracciabilità. E soprattutto di responsabilità.

E in Italia? Il paradosso è evidente

Se una misura simile venisse proposta in Italia, il dibattito esploderebbe. Eppure il contesto italiano rende questa scelta ancora più comprensibile.

Nel nostro Paese:

  • arrivano randagi e cani dichiarati tali dall’Albania e da altri Paesi, spesso senza una reale possibilità di verifica delle condizioni di partenza;
  • entrano levrieri dall’estero, movimentati attraverso canali che raramente garantiscono trasparenza, continuità di responsabilità e controlli adeguati;
  • l’Italia è da anni il primo Paese europeo per importazione illegale di cuccioli, con un sistema che sfrutta la domanda emotiva e la narrazione del “salvataggio”.

Cuccioli giovani, spesso “simil razza”, privi di una genealogia chiara, con documentazione sanitaria lacunosa o ricostruita a posteriori, vengono immessi in un circuito dove l’adozione diventa un’etichetta utile a coprire il profitto.

La domanda che nessuno vuole fare

La Norvegia, con una norma apparentemente tecnica, pone una questione scomoda anche per l’Italia. Una domanda che raramente viene affrontata senza ipocrisie:

perché importare meticci e cuccioli simil razza dall’estero, se non per il mero profitto?

Se l’obiettivo fosse davvero il benessere animale, il controllo sanitario, la responsabilità a lungo termine, allora requisiti come quelli norvegesi non dovrebbero spaventare nessuno. Al contrario, dovrebbero essere accolti come una tutela per animali, cittadini e sistemi sanitari.

E invece spaventano. Perché mettono in crisi un modello basato sulla velocità, sulla commozione, sull’assenza di domande.

Una scelta che smaschera il sistema

La Norvegia non ha “chiuso il cuore”. Ha chiuso le scorciatoie.
Ha deciso che un animale non è una merce da spostare rapidamente né uno strumento narrativo da usare per legittimare traffici opachi.

Se accadesse in Italia, forse non parleremmo più solo di adozioni.
Parleremmo finalmente di responsabilità, controlli e verità.

E forse, per la prima volta, qualcuno sarebbe costretto a spiegare perché certi flussi esistono davvero.

Veronica Cucco

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