Quando l’ allarme mediatico sostituisce il contesto scientifico.

Negli ultimi giorni, dopo un servizio della trasmissione Indovina chi viene a cena, si è diffuso un forte allarme sui collari antiparassitari per cani, in particolare sul collare Seresto.
Il messaggio rilanciato parla di sostanze vietate, gravi danni neurologici e perfino di decessi attribuiti al prodotto.
Quando si parla di salute animale, però, la semplificazione può diventare disinformazione.
Il collare Seresto è un medicinale veterinario regolarmente autorizzato nell’Unione Europea, Italia compresa. Contiene imidacloprid e flumetrina, principi attivi valutati dalle autorità competenti per l’uso veterinario. Non risulta alcun divieto europeo né alcun ritiro dal commercio del prodotto.
È vero che alcune di queste sostanze hanno subito restrizioni in ambito agricolo, soprattutto per motivi ambientali. Tuttavia, agricoltura e medicina veterinaria rispondono a normative diverse: una sostanza può essere inaccettabile per l’uso massivo ambientale e al tempo stesso risultare sicura in un contesto controllato, a dosaggi definiti e su singoli animali.
Nel dibattito vengono spesso citati anche i casi legali negli Stati Uniti. È importante chiarire che le class action sono una prassi ordinaria nel sistema giuridico americano e non costituiscono una prova automatica della pericolosità di un prodotto. Nel caso Seresto si è arrivati a un accordo transattivo senza ammissione di responsabilità, una soluzione frequente in quel contesto.
Per quanto riguarda i “casi di morte” citati, è fondamentale distinguere tra segnalazione e causalità. Il fatto che un evento avverso avvenga dopo l’uso di un prodotto non dimostra che ne sia la causa. Ad oggi non esiste una dimostrazione scientifica chiara di un nesso causale diretto e univoco tra l’uso del collare e il decesso degli animali citati pubblicamente.
Altri elementi spesso usati per creare sospetto, come la dicitura “tenere lontano dalla portata dei bambini” o il fatto che il prodotto non richieda prescrizione veterinaria, sono normali requisiti normativi e non indicano di per sé un rischio eccezionale o una mancanza di controllo.
Il vero rischio dell’allarmismo è spingere i proprietari ad abbandonare trattamenti antiparassitari efficaci o a sostituirli con alternative prive di evidenze scientifiche. Un cane non protetto è esposto a malattie gravi e ben documentate, come leishmaniosi, ehrlichiosi e babesiosi.
Il messaggio corretto non è che un prodotto “uccide” o che vada rimosso indiscriminatamente, ma che ogni trattamento va valutato caso per caso, insieme al veterinario, bilanciando benefici e rischi reali.
Informare significa aiutare a comprendere la complessità, non alimentare paure.
Gennaro Mirabella.



