Pubblichiamo questo contributo perché riteniamo necessario aprire uno spazio di riflessione critica e profonda sul rapporto uomo–cane, andando oltre le narrazioni semplificate, consolatorie o ideologiche che oggi dominano parte della cinofilia. Questo articolo è un invito a guardare con onestà dentro le dinamiche psicologiche che attraversano le relazioni con gli animali, soprattutto quando esse vengono caricate di funzioni compensative, identitarie o terapeutiche.
In un contesto in cui il cane rischia sempre più spesso di essere trasformato in simbolo, protesi emotiva o strumento di affermazione dell’Io, questo testo offre una chiave di lettura complessa e scomoda, ma necessaria, per distinguere l’amore autentico dalla strumentalizzazione affettiva. Pubblicarlo significa assumersi la responsabilità culturale di rimettere al centro l’alterità dell’animale, il rispetto della sua identità e il limite dell’umano.
Crediamo che la vera tutela del cane passi anche attraverso il coraggio di interrogare noi stessi, le nostre fragilità e i nostri bisogni, senza usarlo come schermo, rifugio o alibi morale. Per questo abbiamo scelto di dare spazio a un pensiero che non semplifica, non assolve e non blandisce, ma invita alla consapevolezza.
L’autore, il dottor Giovanni Giacobbe Giacobbe, è uno psicologo professionista iscritto all’Ordine degli Psicologi della Regione Siciliana che da oltre trent’anni si occupa in modo approfondito della relazione tra uomo e cane, con particolare focus su aspetti psicologici, relazionali e di terapia assistita con animali. Chi meglio di lui poteva approfondire un tema che sta a cuore a moltissimi appassionati veri di cani.
“Il narciso è una pianta bulbosa che spunta precocemente, appena prima della primavera, il cui fiore reclinato sembra particolarmente adatto a specchiarsi nell’acqua di un fosso o di una sorgente. Secondo il famoso mito, Narciso sarebbe stato un tizio che, innamoratosi della propria immagine rispecchiata dall’acqua, sarebbe annegato nel tentativo di acchiapparsi. Questa, però, è soltanto una delle versioni, peraltro ridotta all’osso, che nulla ha a che vedere con la ricchezza della storia raccontata da Ovidio nel III libro delle Metamorfosi, dove l’autore fa nascere tutta la storia da una sbornia di Giove. Rimandando ad un’altra sede l’approfondimento del mito nella sua interezza, partire dal mito di Narciso, dal suo versante più fiabesco, serve ad incamminarci nell’impervio percorso del narcisismo umano e delle sue innumerevoli estrinsecazioni. Pensiamo al pendolo e alle sue oscillazioni: in qualche modo noi funzioniamo così, oscillando continuamente da un investimento del polo narcisistico a quello libidico-oggettuale, dalla propria persona agli oggetti materiali e alle loro rappresentazioni. Una dose di narcisismo è connaturata all’uomo e serve a costituire e ricostituire quel bagaglio di forze imprescindibili per il compimento della faticosa evoluzione personale. Il narcisisismo sano è nettamente distinguibile da quello patologico. È il giusto amore di sé, sostenuto da un’adeguata autostima, che non preclude, però, di amare e provare affetto per l’Altro, come accade, invece, al “vero” narcisista, incapace di empatia e amore.
Nel disturbo narcisistico, il soggetto tratta l’Altro come oggetto da usare e abbandonare secondo i propri bisogni, senza considerarne i sentimenti. Egli non riesce ad avere delle relazioni reciproche, perché l’Altro è vissuto solo come prolungamento narcisistico del Sé. Nella teoria freudiana l’eziopatogenesi del disturbo deriverebbe dal mancato passaggio dal narcisismo primario a quello secondario.
Per Freud, il narcisismo primario è uno stadio evolutivo fisiologico e precoce, durante il quale il bambino investe tutta la libido su di sé, in modo autoreferenziale ed autoerotico. La patologia narcisista dipenderebbe dalla fissazione a questa fase, dall’impossibilità di investire la libido su oggetti esterni. Per Freud, libido oggettuale e narcisistica sono inversamente proporzionali: più il soggetto investe su di sé, meno energia avrà da investire sugli altri.
Lo studio del disturbo narcisistico verrà approfondito dalla psicologia del Sé ed in particolar modo da Kohut. Riprendendo gli studi freudiani sul narcisismo primario, Kohut afferma che gli individui narcisisti si fossero arrestati in una fase di narcisismo primario a causa di fallimenti empatici da parte dei genitori. Centrale in tal senso è la relazione con la madre e la possibilità che questa risponda ai bisogni grandiosi (idealizzazione, rispecchiamento, uguaglianza), non frustrandoli, ma accogliendoli e rispecchiandoli.
Se il bambino non ha avuto risposte adeguate di onnipotenza e grandiosità in una fase precoce tende a portare avanti tali bisogni in età adulta, usando le relazioni interpersonali come oggetti-Sé, come modalità arcaica di rispondere a bisogni non soddisfatti in epoca adeguata. Da questo vertice di osservazione, lo sviluppo sano o patologico delle strutture psichiche dipende dalle risposte relazionali che il bambino ha ai suoi bisogni. Lo sviluppo di una personalità sana, di un Sé coeso, passano dall’accoglienza dei bisogni del bambino. Anche di quelli narcisistici. Non deve essere la madre a ridimensionarli, ma si dimensioneranno da soli nel corso del processo evolutivo, nel confronto con la realtà. Alla madre spetta di rispondere ai bisogni, anche a quelli di grandiosità ed onnipotenza. Sono proprio questi bisogni la base per una futura creatività e stabilità, oltre che per un Sé coeso. Il disturbo narcisistico corrisponderebbe in tal senso, dunque, all’impossibilità di vivere queste fasi (per la mancanza di una presenza empatica e rispecchiante) per poi superarle, rimanendo incistate in un Sé debole e “pieno di vuoti”. Per Kohut, dunque, il narcisista è un bambino nel corpo di un adulto.
Mentre Freud definisce oggettuale la libido investita sugli oggetti e narcisistica quella investita sul sé, per Kohut non è la natura degli oggetti a definire la qualità della carica libidica, ma ciò che la distingue è la particolare natura dei rapporti che si formano con questi oggetti. Il narcisista patologico, per Kohut, investe la libido narcisistica sugli oggetti esterni. Le sue relazioni saranno guidate non dalla capacità di guardare e accogliere l’altro nella sua diversità, ma dal tentativo di usarlo come oggetto-Sé, come risposta ai propri bisogni, nell’incapacità di provare empatia ed affetto autentico per l’Altro nella sua alterità.
In tal senso, proprio lo spettro di vuoti, assenze e insufficienze, porta spesso a costruire grandiose roccaforti autoreferenziali che limitano persino gli investimenti libidici verso oggetti, a meno che alcuni oggetti non diventino anch’essi protesi identitarie necessarie a mantenere un’idea di intatta unità del Sé. Alcuni eleggono beni materiali come automobili, gioielli, case, altri il lavoro, le donne, o ancora un animale, spesso il cane.
Il cane rischia frequentemente di essere usato come oggetto-Sé, come risposta ai propri bisogni, inficiando notevolmente una relazione “autentica” con esso; l’animale è spogliato della sua animalità, antropomorfizzato emotivamente secondo le esigenze e le richieste narcisistiche dell’uomo, vissuto come fruizione e non come relazione, considerato (più o meno consapevolmente) alla stregua di uno “strumento terapeutico”, produttore di effetti e processi benefici, finendo col divenire, per l’uomo, “oggetto” transizionale tra sé e il sé oppure tra sé e il mondo. Ciò che ne scaturisce è un processo inesorabile di umanizzazione dell’animale, dove l’identità del cane si disperde in una dimensione di semplice protesi identitaria dell’uomo, gettando così al vento, per contrappasso, proprio quei benefici apporti specifici che il cane è in grado di dare in virtù della sua alterità, dell’essere, cioè, “altro fuori da noi”.
L’animale trasformato in oggetto, perde la sua intrinseca soggettività, a favore di un ruolo “sostitutivo” e compensatorio rispetto a dinamiche e difficoltà relazionali, tutte provenienti dal mondo interno del padrone. Il cane, infatti, grazie alla sua adattabilità, al suo carattere, tendenzialmente accettante e dipendente, può diventare facilmente un terreno neutro e fertile per proiezioni di stampo narcisistico individuale, dettate da personali lacune identitarie e vuoti narcisistici.
L’investimento psicologico ed emotivo massivo su pratiche di addestramento del proprio cane che lo portino ad estreme condotte di obbedienza, o che invece inneggino alla rabbia e all’aggressività oppure, ancora, modalità incongruamente bonarie e anassertive di gestione del proprio cane, possono essere il risultato di dinamiche narcisistiche o proiettive della personalità umana che disturbano, forzano e distruggono, qualunque vera possibilità di relazione con l’animale. Dietro questa forte manipolazione della personalità dell’animale, c’è un meccanismo di “delega”: alcune parti di sé si trasferiscono nel cane e agiscono “per procura” attraverso esso. Questo è spesso il caso di chi impartisce un’educazione all’attacco e alla rabbia, con pratiche di addestramento che, a volte, violano non solo l’identità psicologica del cane ma anche quella fisica. Questi individui, nelle relazioni con i propri simili, possono avere attitudini aggressive o, di contro, fortemente passive e di sottomissione. Essi utilizzano il cane come “elemento latrina” per espellere quei nuclei di ira violenta che non possono, o non riescono, ad esprimere verso i propri simili, spesso per paura di perderli e rimanere soli. Il trasferimento della parte aggressiva di sé sull’“oggetto” cane, che non evoca minacce di abbandono, consente loro di rimanere narcisisticamente “puliti”. Inoltre, portare il cane a comportamenti di abnegazione e severa sottomissione rimanda a un disagio che l’individuo può avere con le dinamiche del potere (anche nell’ambito familiare). L’investimento narcisistico e l’uso del cane come oggetto-Sè avviene, in questo caso, con un bisogno continuo di affermazione e imposizione di sé stessi che, spesso, trova nel cane un interlocutore perfetto e si inserisce nell’equazione psicologico-comportamentale vittima-carnefice.
Questi individui, in genere fragili e facilmente influenzabili, hanno un modo freddo e asfittico del prendersi cura del cane, improntato ad assolvere le necessità primarie dell’animale, per mirare, invece, al suo controllo e al successo della performance. .
Rispetto a quegli individui che fondano la propria corazza narcisistica sulle parti buone idealizzate, va osservato che questi hanno il continuo bisogno di assicurarsi il plauso e la vicinanza altrui, mostrando prevalentemente mansuetudine e accondiscendenza, talvolta anche in maniera difforme dal proprio reale sentire. In questo caso, il valore narcisisticamente premiante è la bontà che, nel rapporto con il proprio cane, si trasforma in assenteismo psicologico e in latitanza educativa. Se spostassimo questa dimensione su un piano genitoriale, essa individuerebbe il caso del genitore passivo e caotico, incapace di gestire autore-volmente o, qualora il caso lo richiedesse, autoritariamente, la crescita e l’evoluzione dei figli. Questi individui hanno una pro-fonda difficoltà nell’elargizione di una frustrazione, a causa della paralizzante paura di “sporcare” agli occhi degli altri e quindi dei propri, un’immagine di sé che basa il suo senso di valore su principi di “uguaglianza, fraternità e libertà” sempre e comunque, laddove però tali principi, si scontrano con l’ineludibile necessità di gestione di un animale come il cane, che debba coesistere con l’uomo, sì! libero, ma libero attraverso la libertà delle regole di convivenza sociale.
Il paradosso più grande è che costoro celano dietro questa, soltanto millantata, incondizionata difesa dell’uguaglianza di matrice antispecista (ove, per me, l’antispecismo sia davvero un concetto Francescano), una deriva narcisistica tre le più abiette. Infatti, costoro, in realtà, vorrebbero vivere il loro impianto narcisisticamente premiante, imponendolo fondamentalmente agli altri, attraverso la subdola azione dell’ingenerare il senso di colpa in coloro i quali mostrino un sentire antispecista probabilmente solo meno esasperato, ma, in quanto difforme dall’ortodossia che essi millantano, da colpevolizzare e demonizzare come esecrabile obsoleto specismo. Questi individui vogliono vivere, dunque, in un mondo dove essi stessi ed il loro Ego sono più grandi, in realtà, del regno stesso che pretendono di governare. Ecco l’inganno del buonismo nella cinofilia: una visione delle cose del mondo, madida di una bontà pretestuosa, intellettualmente disonesta e finanche oscura, poiché figlia di un travisamento della propria realtà interiore, conduce invero a pensare di essere totali, totalitari e totalizzanti.
Il cane, insospettabilmente, viene “usato” per dare fuoco alle polveri delle nostre più recondite frustrazioni. Qualunque atteggiamento verso l’animale viene giustificato trincerandosi dietro un presunto sapere di cui ciascuno di noi sarebbe custode, per esservi stato eletto quale depositario di Sapienza Integrale, tipo Santo Graal. Questo sapere, però, sempre più spesso trascura la semplicità assoluta che sta nel guardare al nostro cane e ai suoi istinti per guardare a noi stessi e riconoscere le nostre ansie, le storture, le mancanze, gli eccessi, elementi tutti da dominare per amare i nostri cani meglio che possiamo.”
L’io e il cane. Giovanni Giacobbe Giacobbe (2010)




