Pastore dell’Asia Centrale prima uccide una donna e poi viene messo in riproduzione.

In Inchieste Cinofile

CA’ NOVA – PESARO URBINO

Ci sono storie che lasciano l’amaro in bocca. Non per ciò che è accaduto soltanto, ma per come viene gestito ciò che resta. Questa è una di quelle vicende sconcertanti in cui, a mio avviso, non solo manca il rispetto per una persona deceduta e per i suoi familiari, ma si scivola anche in una narrazione che rasenta lo sbeffeggiamento, travestito da “gestione del caso”.

Abbiamo ricostruito passo dopo passo la vicenda di Tigre, un Pastore dell’Asia Centrale, razza che merita una premessa chiara per chi non la conosce.

Il Pastore dell’Asia Centrale: una razza che non ammette leggerezze

Il Pastore dell’Asia Centrale è una delle razze canine più antiche al mondo, selezionata per secoli nelle vaste terre dell’Asia Centrale, come Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan. Non nasce come cane da compagnia, ma come guardiano autonomo di greggi e proprietà, incaricato di fronteggiare predatori come lupi, orsi e leopardi.

Parliamo quindi di un cane potente, indipendente, territoriale, che richiede competenze elevate, conoscenza della razza, gestione consapevole e contesti adeguati.

Lo standard di razza è chiarissimo e non lascia spazio a interpretazioni personali:

  • Difetti gravi: soggetto fortemente nervoso
  • Difetti eliminatori: cane aggressivo o eccessivamente timido

Questo significa una cosa molto semplice: un soggetto che manifesta aggressività non dovrebbe mai essere né riprodotto né gestito con superficialità.

Per approfondire il concetto dell’aggressività abbiamo chiesto il parere di una nota esperta della razza, la dottoressa Antonella Ghidini la quale ci scrive:

“Per prima cosa dobbiamo chiarire il significato del termine aggressività quando lo troviamo in uno standard di razza. L’aggressività di per sé è una qualità naturale e non è ne buona ne cattiva, è presente e funzionale in un cane guardiano. Nello standard si definisce come difetto NON in quanto qualità naturale ma in quanto manifestata in un contesto che non lo prevede. Mi spiego, se si parla di standard di razza si presume venga utilizzato come termine di paragone per giudicare un soggetto in Esposizioni di bellezza dove il contesto non richiede che vengano espresse le doti di guardiania, non c’è minaccia, non c’è risorsa da difendere! Un Pastore dell’Asia Centrale deve essere sì aggressivo nel contesto che lo richiede mentre svolge il suo mestiere ma deve essere così solido da non esserlo per esempio durante il giudizio sul ring dove deve dimostrare di sapersi controllare. Nel caso specifico, presumo che non avesse ragione di essere aggressivo neppure con la vittima e un soggetto solido non l’avrebbe attaccata! La bella notizia è che l’aggressività non è un problema, la cattiva è che tutte le qualità naturali si trasmettono geneticamente esattamente come i colori del mantello o la forma dell’orecchio…e la mancanza di solidità è più pericolosa della stessa aggressività. Mettere in riproduzione un soggetto poco solido è sempre una pessima idea a prescindere che sia stato oggetto di recupero comportamentale perché “il lavoro” eseguito sul singolo soggetto NON si trasmette con il DNA mentre le predisposizioni e le qualità naturali si!”
Antonella Ghidini

Docente nei Corsi per Addestratori ENCI, Delegato ENCI.
Laureata in Sociologia con una tesi sull’impatto del cane nei processi di socializzazione, Master in Coaching & Counselling
Esperienza trentennale nella gestione e nell’allevamento di cani da Pastore del Caucaso e cani da Pastore dell’Asia centrale.
Autrice di libri e articoli in ambito cinofilo.

Il fatto

Il 4 marzo viene celebrato il funerale di una donna di circa ottant’anni, uccisa dal proprio cane, Tigre, un Pastore dell’Asia Centrale.
Dopo l’accaduto, il cane viene giustamente posto sotto osservazione e trasferito in canile. Fin qui, una procedura che rientra nei protocolli.

Successivamente, Tigre viene affidato ad un’associazione. Ed è qui che la vicenda inizia a prendere una piega che lascia più di una perplessità.

Secondo quanto ricostruito, l’associazione riesce a ottenere il dissequestro del cane e ad affidarlo a un addestratore che, dettaglio tutt’altro che marginale, sembra risulti essere lo stesso allevatore e precedente proprietario che aveva ceduto il cane alla signora deceduta.

Un passaggio che, già da solo, apre interrogativi seri sul conflitto di interessi, sull’opportunità etica e sulla trasparenza dell’operazione.

La raccolta fondi e l’addestramento

Per il percorso di recupero del cane viene avviata una raccolta fondi. In una prima fase Tigre viene seguito direttamente dall’addestratore, nell’ambito di quello che viene definito un percorso di recupero comportamentale. Successivamente, il cane viene affidato a un allievo dello stesso addestratore. Anche questo passaggio solleva interrogativi rilevanti: chi valuta l’effettivo esito del recupero? In base a quali criteri oggettivi si stabilisce che il cane possa essere affidato a terzi? Quali sono le competenze certificate dell’allievo incaricato della gestione? E soprattutto, esiste una supervisione pubblica o istituzionale su un percorso così delicato, vista la gravità dei fatti da cui tutto ha origine?

Ma c’è un elemento che rende l’intera vicenda, a mio avviso, francamente allucinante.

Tigre oggi è padre di tre cuccioli!

Nonostante quanto accaduto, nonostante una persona abbia perso la vita, Tigre oggi risulta essere padre di tre cuccioli.

Ripetiamolo senza giri di parole: un cane coinvolto in un episodio mortale, appartenente a una razza per cui l’aggressività è un difetto eliminatorio, viene riprodotto.

Qui non siamo più nel campo della “seconda possibilità”. Siamo nel territorio della banalizzazione del rischio, della rimozione del contesto e della totale assenza di rispetto per la vittima e per ciò che la cinofilia dovrebbe rappresentare.

Le domande che restano

Questa vicenda pone interrogativi che non possono essere ignorati:

  • È eticamente accettabile affidare un cane protagonista di un fatto così grave al suo presumibilmente stesso allevatore?
  • È corretto raccogliere fondi per un addestramento gestito in modo opaco?
  • È compatibile con lo standard di razza e con la tutela della sicurezza pubblica permettere la riproduzione di un soggetto simile?
  • Che messaggio viene lanciato alla società, alle famiglie, agli allevatori seri e ai professionisti responsabili?

Conclusione

Questa non è una crociata contro una razza, né contro i cani. È una riflessione dura ma necessaria su come certe vicende vengono gestite, su come la parola “recupero” venga talvolta usata come scudo per evitare responsabilità, e su quanto facilmente si dimentichi una vita umana quando entrano in gioco interessi, visibilità o tornaconti.

La cinofilia seria non rimuove i problemi. Li affronta.
E soprattutto non li riproduce.

Ora la domanda resta aperta, ed è inevitabile:
voi cosa ne pensate di questa vicenda?

Veronica Cucco

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